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ANIMA NERA PARLA

Donna Malizia intervista Sardonik

Arrivo con un leggero anticipo all’appuntamento

col Sardonik. Lo trovo abbarbicato su un pesa

persone. Pare soddisfatto di sé. Come mi vede

balza giù. Estrae dalle tasche del suo pastrano

due lingotti di piombo, li posa con delicatezza

affianco alla bilancia e mi viene incontro

giulivo: -Sono ingrassato di un paio di chili,

ultimamente.

Mi fa accomodare presso una sinistra stufa di

ghisa: -Appartenne a Monsieur Landrù- dice.

Prende un manichino femminile da una catasta

di manichini femminili di legno, lo fa a pezzi

con una scure e accende un bel focherello.

-Ostilità verso il genere femminile?- azzardo.

-Niente affatto. Se nutrissi ostilità non userei

dei simulacri.

-Donde viene Sardonik?

-Sardonik, pare strano a dirsi, è nativo di Sardonia,

piccola isola a nord del continente africano.

Simbolo di Sardonia sono i quattro morti (indica

uno stemma sulla parete. Vedi fig.1) ; se chiedete

agli indigeni come mai si fregino di un

siffatto simbolo, scappano terrorizzati.

-Interessante!

-Già!


Solleva il cappello nero che non toglie mai di

testa (neanche davanti alle signore!) si gratta via

un po’ di forfora, la soffia via dalla camicia nera

e poi dai pantaloni neri e infine dagli stivali neri.

Un’ultima rapida perlustrazione e poi riprende:

-Forse quello strano stemma fu adottato come

severo monito agli invasori. E infatti per quello che

ne so io, tutti gli invasori che hanno messo piede

sull’isola, sono puntualmente morti.

Sono morti i Fenici, i coloni romani, gli Arabi,

gli Aragonesi ecc.

Ora i sardonici aspettano pazientemente la fine

dei continentali che si sono installati nella loro terra.

Sono convinti che anche loro prima o poi moriranno.-

Il bricco sulla stufa sbuffa.

Il Nostro balza su e in men che non si dica

confeziona due tazzine di caffé istantaneo.

Da un barattolo di latta estrae una manciata di

biscotti dalla forma caratteristica (vedi fig.2).

-Sono biscotti per cani. A forma di osso, per

umani, non sono riuscito a trovarne.

Noto che appena lo inzuppo il biscotto assume

prontamente una conformazione sconveniente

(vedi fig.3). Lo mando giù velocemente.



-In questa lunga e silenziosa lotta di resistenza

-continua riprendendo il filo interrotto –anche

molti autoctoni ci hanno lasciato la pelle, giacché

la morte non risparmia nessuno.-

Sospira e manda una fugace occhiata verso una

bara messa di traverso sul pavimento. Notando

che ho notato la sua fugace occhiata aggiunge:

-La uso per la concentrazione.

E’ un vecchio cimelio, appartenne a Bela Lugosi.

Lui la utilizzava per le “prove generali”-.

Afferra per la caviglia una gamba che sporge

dallo sportello della stufa e attizza il fuoco.

Come accaldato si slaccia la sciarpa di seta rossa

che tiene al collo. Anzi, se la sfila del tutto e,

tenendola ben tesa, domanda:

-Sa che cosa è questa?

-Una sciarpa?

-No, è un rumal. I tughs, seguaci della dea Kalì

ci strozzano ritualmente le persone.

Sento i seni, già avvizziti, restringersi ancora di

più. –Niente paura, le vittime sacrificali sono

esclusivamente di sesso maschile. Questo rumal,

donatomi da un vecchio Tugh prima di morire,

è stato annodato attorno a migliaia di gole.

Si stringe la sciarpa attorno al suo, di collo e

ghigna impercettibilmente. Poi mormora fra sé

-Più conosco gli uomini, più amo i demoni.

Nello stesso momento una folata di vento si

insinua fra le imposte emettendo un sinistro

lamento. Sobbalzo.

-Tranquilla, vento che ulula non morde. C’è

invece una sottile cattiveria nelle porte che

cigolano nel buio. Di notte la ragione si toglie gli

abiti e mostra la sua nudità. Chi ha inventato

il detto “silenzio di tomba” non è mai stato

in un cimitero di notte. Quando l’anima esce i

vermi ballano. Ho visto lo scheletro di un treno:

giaceva su un binario morto. Una persona incappò

in uno scheletro e urlò inorridita; uno scheletro

incappò in un mucchietto di polvere e urlò inorridito…..-

La sua mente penso stia prendendo una china

pericolosa. Decido di interrompere il flusso

sconnesso dei suoi pensieri proponendo un

argomento meno lugubre: -Sembrerebbe che

quello della morte sia il suo argomento preferito.

-Esatto. C’è un aspetto della morte che mi inquieta.

Io non lascio mai miei oggetti personali in giro.

Sono una persona molto ordinata. Il solo

pensare che un altro e non io si dovrà occupare

di riporre il mio corpo scomposto, irrigidito e,

diciamocelo francamente, poco presentabile,

nell’apposito astuccio, crea in me una sensazione

di forte disagio. Ecco, vorrei occuparmi

personalmente del mio cadavere.

Non ho mai voluto delegare niente a nessuno.

Il fatto che qualcun altro dovrà occuparsi della

mia persona lo sento come una caduta di stile,

un venir meno della mia coerenza, il rinnegare

le mie convinzioni anarco-individualiste.

Da questo punto di vista trovo invidiabile la

condizione vampirica: un vampiro si ripone

accuratamente nella bara da se stesso.

Ammiro l’impeccabilità dei vampiri, la loro

compostezza, la cura per i particolari, l’intrinseca

dignità, il loro rigoroso rigor mortis.

-Interessante! Vorrei chiudere questa intervista

con una nota leggera e tranquillizzante per i

nostri lettori: perché tante efferatezze? Perché,

insomma, si diletta nell’assassinio gratuito.

Misantropia? Noia esistenziale? Nervosismo?

Protagonismo? Cattiveria? Burloneria? Estro

artistico?...

Niente di tutto questo, Madame; semplicemente:

“mors tua vita mea”. La vita si nutre di morte

e la morte di vita.


Cari lettori, con codesta affermazione pacata

ed edificante, nonché riconciliante, metterei

prontamente fine a questo interessante incontro.

Lascio il mio ossuto interlocutore mentre,

intento a tormentare il suo acuminato pizzetto,

con sguardo assente farfuglia:

-Tracce di sangue dappertutto. La morte era

giunta in punta di piedi, ma aveva ugualmente

sporcato il pavimento…


Postilla.

In realtà gran parte dell’attitudine delittuosa di

Sardonik è imputabile alla sua terra d’origine.

E’ fatto noto e storicamente documentato che i

sardonici uccidessero i propri vecchi a bastonate

- nonché lanciandoli da rupi - provando in ciò

gran gusto e quindi ridendo sinistramente.

Da qui la fortunata espressione tuttora in auge:

"Riso Sardonico".











CENERI AL VENTO


Una storia ambientata in una arcaica Sardonia

Tratta dalla raccolta di novelle “Pianti pietrosi”

della famosa narratrice Disgrazia Delenda.


Che ci fa quel rinsecchito vecchietto vestito di

pelli in questa brulla landa desolata, con tutti

quei rami fronzuti ben ancorati al cranio tanto

da sembrare un alberello deambulante?

Semplice: aspetta che un fulmine lo colga!

Già una volta lo colse, tanti anni addietro:

lo attraversò dalla capa ai piedi, lasciandolo

un po’ tramortito ma indenne, con un leggero

formicolio nel corpo e una Grande Visione nella mente.

La Grande Visione mostrava a chiare lettere il

suo inequivocabile destino: lui sarebbe divenuto

un potente stregone, un Babai Fogu, allorquando

un fulmine lo avesse colpito una seconda volta.

Da quel giorno, ogni qual volta scoppiava un temporale

– e ciò accadeva molto di rado, dalle sue parti -

lui mollava quello che stava facendo

(foss’anche un raro evento copulativo), si fiondava

sul cucuzzolo di un piccolo promontorio

(il punto più alto della zona) e se ne stava lì,

dritto come un palo, concentratissimo, nella

speranza che una folgore gli facesse la cortesia

di schiantarsi su di lui.

Questo per anni. Molti anni.

Di recente c’era stato uno sgradevole incidente

che lo aveva fatto imbestialire. Era scoppiato

un fragoroso temporale estivo, molto elettrico.

- Questa è la volta buona - aveva pensato,

e già stava pregustando la scarica micidiale

che lo avrebbe investito, quando si accorse

della presenza di un alberello poco distante.

Era, in verità, l’unico albero della zona ed era

spuntato timidamente poco tempo prima,

epperò era cresciuto abbastanza velocemente.

Il vecchio non lo aveva considerato un possibile

rivale, non fino a quel momento!

Decise di correre a casa per prendere la roncola

e abbatterlo senza indugio.

Aveva fatto solo pochi passi quando sentì uno

schianto alle sue spalle: nel punto esatto in cui

fino a poco prima c’era lui, vi si era abbattuto

un fulmine!

Diciamo che l’alberello fu fatto a pezzi con una

foga spropositata.

Non solo! Se ne ornò il capo con i fronzuti rami

certo che se fosse stato scambiato per un albero

avrebbe avuto più possibilità di attirare una

ignara folgore.

In realtà le uniche a scambiarlo per un albero

furono due cornacchie (una coppia molto affiatata)

che nidificarono sulle sue fronde (e cioè sulla sua testa).

La qual cosa diede l’avvio ad una serie di ostilità

che videro alla fine il vecchio uscirne vittorioso ma malconcio.

Noi che vogliamo vedere come vanno a finire le cose

(giacché siamo molto interessati alla Fine delle cose)

facciamo capolino in questa tragica storia

proprio nel punto in cui il vecchio aspirante stregone,

lasciato il solito promontorio si avvia,

sul far della sera, verso la solita capanna.

Eccolo che accende il solito fuocherello

per prepararsi la solita zuppa.

Eccolo ora che, rumoreggiando di sopra e di sotto,

se la trangugia voracemente.

Ed eccolo infine, satollo, appisolarsi accanto

alle braci ancora vive. Queste ultime, avendo

notato che le fronde sulla testa del vecchio

sono secche al punto giusto, decidono di fare

una calorosa, fiammeggiante, escursione.

Quando trovarono il corpo carbonizzato

fu opinione generale che il vecchio fosse diventato

un Babai Fogu.

E lui glielo lasciò credere.






Aprés le bain


DRAGO SCONSOLATO


Una poesia straziante


Il Cuore Infuocato della Terra

Si srotolò in una Serpe Ascendente

Le Ali Nere della Notte

Calarono rapaci e

Avvilupparono la Serpe.

Io Fui il Luogo

Dell’Arcano Convegno

E per un attimo

O forse per un eternità

Fui Drago!

E ora, ahimé

Io vivo nella rimembranza:

Drago disoccupato

Drago avvilito

Drago che si gratta

Drago coniugato al passato

Dragato

Dragato remoto

Immoto

Latente

Imbottigliato

Che aspetta

D’esser stappato

Vinello invecchiato

Forse svaporato

Rio destino

Bruciore d’intestino

Vino andato a male

Puzza di funerale

Odor di sepoltura

Sapore di zolla

Vermicelli al dente

Gusto scipito:

-Cameriere!

Un po’di Sale della Terra!

-Spiacente, signore

E’ finito.

-Chi, il Sale?

-No, lei monsieur.

-Touchè!






Omaggio a Salvador Dalì




El Nagual