LA CONGREGA VENDETTA
Come ogni sabato sera
In una tetra cantina da tremolanti ceri illuminata
Si dà convegno la Congrega Vendetta
Da quattro Streghe formata.
Le chiameremo coi loro nomi d’Arte:
La seducente Lilith
La segaligna Ecate
La nana Kalì e
La voluminosa Astarte.
Nell’oscura cantina, nell’usuale convegno,
Si danno a danze e risa, senza ulcun ritegno.
Ridono le quattro Streghe, perché tutto va bene
La Congrega Vendetta la sua fama mantiene.
Ma a mezzanotte in punto quando è l’ora del Rito
Tacciono le commensali
E si piazzano ai quattro punti cardinali.
Creano un cono stregato
D’energia e potenza
Dopo di che attendono
Con attenzione e pazienza.
Dalle profondità del mondo, dalla cavità segreta
Una forza si smuove, dal Sogno si ridesta.
La Serpe Infuocata, il Drago Primordiale
Come invitato a cena, nell’umida cantina sale.
Si avvoltola ben bene dentro il cerchio stregato
E guarda le sue amate alquanto soddisfatto.
Sorride il Vecchio Drago, manda scintille
Sembra che dica loro: -Siete le mie pupille!-.
Nel lato più nascosto della buia cantina
Celato da abbondanti tende
Sta uno scaffale colmo delle cose più orrende.
Una mano furtiva afferra in tutta fretta
Una sinistra boccetta.
La mano è quella della Strega Astarte
-Stanotte tocca a lei fare la parte-
Va verso il Gran Dragone e
Abbozzando un saluto
Della boccetta gli versa il contenuto
Che è un esile filo di fumo
un serpentello, un guizzo
Una scintilla elettrica
Un fuoco d’artificio
L’orrido frutto
Di un orrido maleficio.
Lo si capisce
Dalle urla inumane che esibisce.
La Serpe Primigenia gradisce prontamente
Si pappa la fiammella: pare la trovi al dente.
Fa un ruttino educato, seguito da un saluto
Quindi sparisce dal centro dell’imbuto.
Urrah! fanno le Streghe e riprendono a danzare
Mentre un disco jazz le note fa echeggiare.
Le loro ombre, un po’ grottesche invero,
Vorticano dimenandosi al lume del gran cero.
Nel cuore della notte son belle che sfinite
Si buttano per terra euforiche e stordite.
Ansima la Congrega, ormai placata:
Anche stanotte vendetta è stata fatta!
Giacché han dato in pasto, alla Serpe affamata
Un’altra anima da loro imbottigliata
Di chi in passato le perseguitò
La fece franca e se la scampò.
L'ASSASSINO E LA BEFANA
Un uomo scarno e alquanto sinistro, volto
affilato pizzetto acuminato, noto a se stesso
col nome di Assassino sta in piedi di fronte
a un drappo nero, come paralizzato.
La stanza è rischiarata dalla Luna e dai bagliori
della città notturna. Un’aria gelida penetra dalla
socchiusa vetrata che dà al balcone e un’Ombra
silenziosamente si ricompone.
L’Ombra, nota a se stessa e al mito col nome di
Befana, si delinea nella sua figura arcana:
mantello ampio e nero, nero il cappello a larghe
tese e a punta, capelli candidi e arruffati, cereo
incarnato, volto fiero e arcigno tagliato da un sogghigno.
L’uomo noto a se stesso col nome di Assassino,
ignaro d’ogni cosa se non dello scuro drappo
che ha di fronte, ha seri problemi con la mano
dal freddo intirizzita: violacee le dita, dolorante
il polso, alla sua morsa il pugnale non s’adatta;
sente che la giugulare è spazientita, la propria
esecuzione ritardata, mentre non vede l’ora di farla finita.
L’Ombra, in un certo senso impietosita,
alita su quelle dita rattrappite e un tiepido tepore
ridona alla mano intorpidita vita.
L’Assassino (che sta per promuoversi Suicida)
pare ora contento di questo inaspettato evento.
Con ciò ripensa che da quando è nato, mai gli è mancato
che non potesse adempiere ad ogni suo misfatto
nel modo più adeguato.
Un trasognato sorriso soddisfatto gli addolcisce
i tratti e in successivo scarto
una folla di volti nella sua mente si dipana:
volti di trapassati,
trapassati dalla sua generosa lama.
Volti ben noti, anzi familiari, proprio perché
al proprio volto uguali.
E’ da notare che l’Assassino covò da sempre
questo curioso vezzo: che di simili a lui
non dovessero calcare il mondo
(togliendoli di mezzo).
Volendo essere unico si impegnò a fondo nel debellare
chi gli potesse anche lontanamente somigliare.
Parrebbe una mania,
una banale idiosincrasia che lo colse fin da bambino,
quando compì il suo primo delittino:
gradevole vedere quel faccino simile al suo
e odiato, laggiù sul fondo, fra i calcinacci sfracellato.
E più avanti ormai già adolescente
far fuori un deficiente, suo sosia,
soltanto più attraente, sempre da ragazzine circondato.
Il lavoro di lama venne di conseguenza,
quando imparò a condurre una doppia esistenza:
una più rispettabile, un’altra alquanto malsana
e irriferibile.
A tanti e tanti trapassò la panza, che avessero
i suoi tratti o vaga somiglianza; fino all’ultimo caso,
che di somigliante aveva soltanto il naso.
Da molti mesi ormai vagava assai deluso
che non ci fosse nessuno adatto al proprio uso.
Le scorte pareva aver finito
e la disperazione lo aveva irretito.
Da qui la decisione di chiudere in bellezza
la propria situazione. Strappato avrebbe finalmente
il drappo che a lungo aveva la sua immagine occultato.
Perché, bisogna dirlo,
lui s’era sempre detestato: schifandosi parecchio
non sopportava il suo riflesso nello specchio.
Via il drappo dunque, ed il volto appare:
un po’ invecchiato, molto triangolare.
Ma di triangolo non c’è soltanto quello,
alle sue spalle ve ne è uno a forma di cappello.
Si volta lentamente e finalmente vede la Befana,
col ghigno e tutto il resto nella faccia strana.
Arretra di due passi la Befana, fa scivolare
a terra il mantello, mettendo a nudo il suo corpo snello.
Eretta e altera ha un unico ornamento:
stretta come una giarrettiera
sulla sua coscia fiera una calza di seta rossa
spicca sul bianco latteo della pelle antica.
La Befana, si sa, vaga a notte fonda
e una volta all’anno, quando è il suo tempo, fa la ronda:
vola di tetto in tetto cercando il suo diletto.
E il suo diletto è anche il suo delitto,
giacché l’Oscura Potenza le comanda quella sera
di procacciarle un’anima solitaria e nera.
Il rito è usuale: scioglie la calza rossa dalla coscia,
la cinge al collo del predestinato
e, con fare professionale e esatto, lo strangola
proferendo il nome della Tenebrosa Dea,
orrendo e maledetto;
di modo che l’anima nera del malcapitato
aggiunga alla Nerezza un ulteriore strato.
L’Assassino comprende e appare divertito,
poiché il suo collo era ormai già ipotecato.
Della sua anima poi non gliene è mai fregato.
Prima però vorrebbe che la Vecchia
gli spiegasse come si può un delitto perpetrare
e farla franca, perché gli pare che mai nessuno
ebbe a rimostrare che qualcheduno se ne fosse dipartito,
la notte dell’Epifania, in modo rituale strangolato.
Son fatti che alla lunga balzano all’occhio
e presto o tardi una casistica traspare,
(in tanti anni un gesto spettacolare
anche se occulto si fa pur notare).
E’ questo un fattore che gli sta particolarmente a cuore
perché, per poter passare inosservato,
lui ha tanto faticato.
La Befana sfodera un ghigno doppio alla
usuale larghezza: se prima ghignava a sinistra
ora ghigna anche a destra.
Solleva il braccio verso lo specchio terso,
che lampeggia ora per dritto e per traverso.
L’Assassino ha così modo di vedere
qualcosa che gli darà un certo dispiacere.
Il mondo degli spiriti gli appare, il mondo che
al nostro è parallelo, dominio incontrastato
delle streghe e di tutto ciò che è stregato.
Non c’è da questa parte forma brutta o bella
che dall’altra parte non abbia una gemella.
Solo che qui da noi appare tutto statico,
mentre di là ogni cosa ha un certo che d’elettrico.
Scoppiettante è quel mondo, mutevole e pirotecnico,
stracolmo di cose senza senso
(ammesso tuttavia che da questa parte di senso ve ne sia).
L’Assassino sente vacillar la mente
vedendo che il suo Doppio vi è presente.
E che si diverta pure follemente
a mutare di forma come se fosse niente,
tendere agguati al pari di un animale,
satollarsi di vita come un vampiro astrale,
volando a parabola, planando a spirale.
Su un picco lontano, schiarito da lampi di luce diafàna,
sferzata dal vento appare la Befana.
Sullo sfondo di pece si staglia il suo volto feroce.
Si capisce ciò che cerca e anche il Doppio lo sa:
provare a fuggire non gli servirà.
La lotta appare subito metamorfica e scintillosa
ma la strega è potente, supera ogni altra cosa.
Il Doppio soccombe a una stretta micidiale,
la Befana lo ha in pugno e non lo vuole mollare.
Il Doppio scoppietta ridotto a un lumino,
la Befana lo ha in pugno e lo stringe per benino.
Il Doppio barbaglia sempre più debolmente
e l’Assassino che guarda capisce
finalmente.
Là oltre lo specchio, in quella terra arcana,
si trasforma in riso il ghigno della Befana.
Si oscura lo specchio, l’Assassino si volta:
nel pugno della Vecchia pulsa una luce smorta.
La Befana distende le lunghe dita,
mostrando una fiammella esile e rattrappita.
Ma ecco che la luce si stira e si dilata,
assume una sembianza all’Assassino nota:
il suo Doppio gli è di fronte, solido e concreto:
un altro se stesso, compreso il tristo aspetto.
Alquanto contrariato l’Assassino ha un moto d’ira:
costui gli sopravvive mentre la sua forma spira!
Ma si rassegna alfine guardando la Befana:
la vita non solo è atroce ma anche molto strana.
Porge il suo collo eretto al cappio maledetto.
La Vecchia ora non ghigna, la faccia è seria e fiera:
stringe la rossa calza pensando alla
Dea Nera.
STREGA LUNATICA
Il nero umore dalla Notte distillo
Nel deliquio mi trastullo
La mia anima è di pece
La mia mente perspicace
Di me stessa assai vorace
Mi cucino nella brace.
Una cosa sol m’appaga
Quella di sentirmi Strega!
Il dolce amore dalla Notte titillo
Nel silenzio io mi annullo
La mia anima sta in pace
e la mente intera tace.
Come fuoco in gran fornace
Dentro me arde la brace;
E’ perciò che sono paga
D’esser ritenuta Strega!




